Il ponte del destino

Accade a volte che i confini fra bene e male divengano molto labili, con incertezza riesci a distinguere ciò che è davvero importante e capita, spesso, che in questo modo anche le persone perdano di importanza e rispettabilità. Non importa da quanto le conosci, non importa che tu ci abbia passato assieme una notte o la vita intera, quegli individui privi di personalità divengono improvvisamente visi vuoti ed inespressivi, incapaci di trasmetterti l’affetto necessario a mutare lo scorrere incessante di quel pensiero che ormai è nato nella tua mente e non se ne vuole più andare. Odio e frustrazione non possono essere chiamati in causa, ma solo la follia. Una vena di malumore mi trapassa l’anima e si impadronisce di quella che dovrebbe essere la mia cosciente volontà, la consapevolezza delle mie azioni e responsabilità.

Sono questi i momenti in cui non mi importa più di nulla, se non del suo volto sconvolto e della sua pelle pallida e nauseata. Sono questi i momenti in cui la cognizione del tempo ti sfugge di mano lasciando il posto allo sconfinato desiderio di procurare a quel corpo tutto il dolore fisico che una mente umana possa sopportare prima di cedere all’invitante richiamo della morte. Accade così che questo corpo nudo, legato e tumefatto dai lividi divenga al mio sguardo pura plastica, un giocattolo troppo bello per essere reale ed allo stesso tempo altrettanto insignificante e rivoltante. Non servono urla e lamenti, non necessitano suppliche, io non credo in dio, ma nella vanità e nell’orgoglio, credo all’invidia, ed al rimorso di non essere mai all’altezza della situazione. Vedo le tue lacrime rigarti le guance ma non le guardo davvero, osservo le tue labbra divenire biancastre e gonfie ma non sento nulla, non provo nessuna empatia nei tuoi confronti e questo mi fa desiderare di poterti provocare ulteriore dolore, sempre di più fino al momento in cui le tue urla riusciranno a buttare giù quel muro di indifferenza che circonda la mia anima.

Il tuo corpo non regge, i tuoi arti perdono di tensione e la tua testa cade all’indietro come fosse di gomma. I tuoi capelli rossastri sfiorano il terreno ricoperto di foglie, sporchi e densi, piccole gocce di sangue corrono via in groppa ad un petalo portato lontano dall’aria che fatica ormai a prendere posto all’interno del tuo fragile corpo. Un tonfo sordo segue distinto la caduta del tua cranio al suolo. La percezione di quel suono mi rende cosciente del fatto che le tue urla sono cessate e con esse la tua inutile vita.

Pochi secondi intercorrono fra la tua morte e la mia presa di coscienza. Ancora una volta mi guardo le mani cercando capire cosa possa essere accaduto. Mi osservo le unghie incrostate di sangue e pelle morta e non posso credere di averlo fatto ancora, ed ancora. Le lacrime cominciano a rigarmi le guance e con un impeto di rabbia le mie gambe prendono il sopravvento cominciando a correre per portare il mio corpo lontano da quel volto sconvolto e da quegli occhi tropo belli per essere definitivamente coperti dalla morte. Corro via da quel campo, scappo lontano ma senza riuscire a fuggire davvero. Ed è durante questa eterna fuga contro me stesso che mi tornano alla mente le candide immagini di quelle ragazze che prima di lei hanno perso la vita allo stesso modo, senza una ragione e senza preavviso.

Cado a terra sconvolto e terrorizzato, sfinito nel corpo e nell’anima. Sento sotto il mio corpo disteso a terra il freddo della pietra e mi accorgo di non aver la minima idea di dove possa essere finito. Mi guardo attorno ma gli occhi mi bruciano e le pupille faticano a dilatarsi al buio della notte. Sento il suono dell’acqua che scorre e riconosco a pochi metri da me il salice piangente sotto al quale mia madre mi portava per dar da mangiare alle papere.

Mi alzo in piedi tremante e nauseato, sento la camicia ricoperta di sangue aderire bagnata alla pelle del mio torace. Alzo la testa al cielo per prendere un profondo respiro, cerco ossigeno, aria pulita per liberarmi da quell’odore terrificante del quale mi sento impregnato. Faccio due passi e mi aggrappo al muretto di pietra che delimita il ponte sopra il quale mi ha portato il destino. Guardo sotto di me e l’altezza del vuoto che mi si apre sotto ai piedi si rivela ironicamente invitante. Una sirena risuona distante nell’aria mentre il mio corpo mi trascina al di là del muretto. Un piede scivola e mi stupisco nel cercare di voler rimanere aggrappato alla pietra. Osservo per l’ultima volta il salice piangente e penso a mia madre, dopodichè chiudo gli occhi, assaporo l’aria fredda della notte e lascio che le mie mani perdano la presa sulla fredda pietra del ponte. Per la prima volta in vita mia mi lascio cadere e provo a volare.

 

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