Quel che accadde una mattina

La spiaggia è desolata, l’aria salmastra mi penetra dalle narici ed il fiato si fa più corto ad ogni chilometro. I primi raggi del sole illuminano la sabbia ancora bagnata dall’umidità della notte ed attorno a me il vuoto più assoluto precede quella che sarà un’altra giornata di confusione e chiassosa allegria. Come ogni mattina da quando sono qui corro, non posso farne a meno, giorno dopo giorno mi infilo le scarpe e mi trascino in riva al mare ancor prima di accorgermi che non sto più sognando, prima dell’arrivo dei bagnini, prima che gli anziani portino i loro nipotini ad assaporare l’aria fresca della mattina, prima ancora che qualche pescatore solitario decida di sedersi sugli scogli con la canna da pesca in mano. Mi asciugo la fronte con la manica della felpa e rallento il passo, guardo oltre l’orizzonte del mare e mi accorgo che in cielo non c’è una nuvola, si prospetta una giornata calda e soleggiata ma qualcosa mi dice che non sarà un giorno come gli altri.

Improvvisamente il guaito di un cane interrompe i miei pensieri. Mi guardo attorno ma tutto è esattamente come prima. Dopo pochi secondi il cane comincia nuovamente ad abbaiare ma non capisco da che parte arrivi quel suono fino a che non vedo l’animale dal quale proviene. Dalla pineta a qualche centinaio di metri da me, un grosso labrador dal pelo dorato corre nella mia direzione. Mi guardo alle spalle convinto di non essermi accorto della presenza del padrone ma ancora una volta ci sono soltanto io. Rivolgo ancora il mio sguardo verso l’animale, il quale continua ad abbaiare impazzito, visibilmente turbato. Si ferma a pochi metri da me e mi guarda, abbaiandomi contro. Per un attimo mi viene il panico, non mi sono mai piaciuti particolarmente i cani, i morsi ricevuti da bambino mi hanno portato alla convinzione che i gatti siano un animale da compagnia molto meno pericoloso. Il labrador però non sembra avere nessuna intenzione di azzannarmi, si limita a starsene lì ed ad abbaiare imperterrito. Lo osservo e noto che indossa un collare con targhetta dorata.

  • Ehi amico, ti sei perso?

Cerco di avvicinarmi con cautela per non spaventarlo, voglio vedere se sulla targhetta è stato inciso qualche numero telefonico da contattare, ma appena muovo qualche passo nella sua direzione il cane comincia a correre nella direzione opposta, poi si ferma e torna a guardarmi.

  • Ehi amico vuoi giocare?

Ma qualcosa nei suoi versi mi dice che in questo momento il gioco non è uno dei suoi primi pensieri. Il labrador ricomincia ad abbaiarmi contro, poi si gira e fa lo stesso verso la pineta dal quale è provenuto, corre per qualche metro in quella direzione ma poi si volta nuovamente e comincia a grattarsi ed ad ululare, o a piangere, non ho mai ben capito la differenza. Sono confuso e non so cosa fare, mi avvicino ancora e mi accorgo che le sue zampe sono bagnate, la sabbia è rimasta attaccata al suo pelo ed è diventata di un altro colore, rossastra. Vi avvicino ancora incuriosito e noto che le zampe non sono la sola parte del corpo ad essere bagnata, ma anche il pelo della pancia, macchie marroni e rosse lo ricoprono in più parti del corpo.

  • Ehi.. ti sei fatto male piccolino, dov’è il tuo padrone?

Il cane sembra in quel momento capire le mie parole perchè si alza di scatto, ricomincia ad abbaiare ed a correre verso la pineta. Improvvisamente capisco..

  • Vuoi che ti segua?

Il cane riprende la solita direzione ed a qual punto io faccio altrettanto, l’animale mi guarda quasi compiaciuto e prosegue per qualche metro verso di me e poi ancora oltre la pineta, sempre più veloce. Io accelero il passo e mi addentro nell’ombra. Non sono mai stato nella pineta di questa zona, l’atmosfera qua sotto mi spaventa e rattrista. I pini marittimi si alzano fitti per diversi metri ed un mare di aghi ricopre il terreno molto più duro rispetto alla spiaggia. Fatico quasi a rincorrere il cane che per diversi metri non accenna a fermarsi. Abbaia di continuo come ad indicarmi la direzione, ogni tanto si blocca, guarda se gli sto ancora dietro e ricomincia a correre. Non ho idea di dove mi stia portando ma ormai non posso che essere curioso. Il sentiero prosegue a saliscendi per un bel po’, gli alberi si fanno sempre più fitti, la spiaggia è ormai lontana e mi chiedo quanto sia profonda la pineta in quel tratto. Un ramo mi si appende al cappuccio della felpa spezzandosi ed una ragnatela mi sfiora la guancia, mi passo inorridito una mano sul viso e mi accorgo di non sentire più nulla. Il labrador sembra essere scomparso, avanzo di un altra quindicina di metri e solo allora ricomincio a sentirne il lamento, più cupo, più triste. Mi avvicino piano e gli alberi cominciano a farsi più radi lasciandomi intravedere il luogo nel quale sembra essersi definitivamente fermato. Proseguo superando una piccola collinetta e solo a qual punto la vedo.

Una donna è a terra, distesa lungo il fianco destro e con la faccia rivolta al terreno. Il cane le lecca ripetutamente il corpo in più punti e con la testa sembra voler spostare i capelli che sporchi e bagnati le nascondono il viso.

  • Piccolo è questa la tua padrona?

Ma non ci sarebbe alcun bisogno di domandarlo vista l’evidenza di quell’affermazione. Probabilmente è frutto della mia immaginazione ma la luce dell’alba sembra essere scomparsa, tutto attorno a me torna ad essere buio ed estremamente sinistro. Il mio corpo ricomincia sudare ma i brividi di freddo mi dicono che non è per via della corsa. Qualcosa nella mia testa mi dice che non avrei mai dovuto seguire qual cane. Mi avvicino, piano, ma il corpo della donna non accenna muoversi. Parte dei suoi vestiti è strappata in più punti, la pelle sembra essere sporca di sangue ma fatico a capire da dove provenga. Una scarpa le manca ed il calzino le è scivolato fino alle dita del piede. Poco distante una sacca sembra esserle caduta ed ora giace anch’essa a terra ancora chiusa. So che dovrei chiamare dei soccorsi ma non ci riesco. Il terrore di quella visione mi ha lasciato completamente paralizzato e nella mia mente un vortice di supposizione occupano qualsiasi spazio disponibile. Prendo un respiro profondo e solo a questo pungo mi accorgo della puzza, odore di sangue, urina, una cosa rivoltante che sembra sferrarmi un pugno nello stomaco, a stento trattengo un conato di vomito e mi porto d’istinto un lembo della felpa sul volto per coprirmi naso e bocca.

Il cane ricomincia a piangere ed a lamentarsi, ogni tanto mi guarda e vedo i suoi occhi esprimere una pena che mai fino a quel momento avevo osservato in un animale. Lotta contro tutto se stesso per spostare il viso della donna e decido di accontentarlo, prendo coraggio e mi avvicino ulteriormente, porto la mano verso la nuca sporca di terra e sangue, la tocco, il cane sembra capire le mie intenzioni e si allontana di pochi centimetri. Mi inginocchio accanto al corpo e cerco di ascoltarne il respiro, invano. La prendo per le spalle ma la sua pelle non è fredda come mi aspettavo, faccio un po’ di forza e la sollevo di peso di pochi centimetri, la sua testa non fa forza e si lascia cadere senza vita verso il terreno. Le poggio la schiena a terra e finalmente riesco ad intravedere il suo viso ancora ricoperto dai capelli, il labrador si avvicina nuovamente e ricomincia a leccarle la faccia, i capelli si spostano e solo ora capisco che qualcosa non torna.

Il suo volto, o quello che di esso rimane, appare di fronte al mio sguardo completamente tumefatto, a fatica riesco a distinguerne i lineamenti ed è quasi impossibile riconoscere in quale punto di quel volto massacrato si trovassero gli occhi. Sangue secco e terra ricoprono ciò che vagamente rimane della bocca, mentre il naso sembra essere inspiegabilmente scomparso. Inorridito e nauseato lascio andare di colpo il corpo di quella donna e avanzo all’indietro andando a sbattere contro uno dei pini alle mie spalle. Mi guardo attorno nuovamente ma non so se trovare rassicurante o spaventosa la solitudine che mi circonda. Il cuore batte senza sosta, tanto forte da temere che possa uscirmi dal petto da un momento all’altro. Il respiro diventa sempre più pesante e nella mia mente qualcosa mi dice di scappare, correre più veloce che posso ma le mie gambe non sembrano volergli dar retta.

Uno scricchiolio improvviso mi fa raggelare il sangue, mi porto una mano alla bocca e trattengo il respiro. Il rumore distinto di un ramo spezzato attira a questo punto anche l’attenzione del cane che come già sapesse abbassa le orecchie ed abbandona la padrona riprendendo a correre in direzione della spiaggia. Lo guardo allontanarsi e capisco di dover fare lo stesso, ma un terzo raggelante rumore mi rende consapevole di aver ormai perso la mia occasione di fuga. Sento qualcosa muoversi dietro alle mie spalle, riconosco un’altra presenza ma ancora una volta rimango paralizzato dall’orrore. Un ringhio profondo mi penetra nelle ossa e capisco che qualsiasi cosa fosse l’essere che ha disintegrato la faccia della donna ora si trova a pochi passi da me. Un soffio di aria calda mi sfiora la schiena ed il cuore mi sale in gola. La testa sembra farsi più pesante mentre le forze che a stento ormai mi reggono in piedi decidono di andarsene definitivamente. Lascio cadere a terra il mio corpo ormai privo di sensi e guardo per l’ultima volta il volto della donna ormai a pochi centimetri dal mio.. poi il buio.

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