Djenniya

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Il coprifuoco è ormai passato, Amanar tiene in una morsa la mano del fratello, è preoccupato. La notte è un’alleata dei djenoun e loro dovrebbero essere al rifugio da un pezzo.

  • Corri Amghar siamo quasi arrivati!

La luna biancastra illumina appena il terreno coperto di foglie e radici, Amanar corre, trascinandosi appresso il fratello minore.

  • Io non ce la faccio più..

Amanar osserva il suo viso sconvolto e coperto di lacrime, fra le braccia tiene stretto a sé un cesto di vimini, vuoto.

 

Erano andati a pescare, Amanar mantiene sempre la parola. “Il giorno in cui vedrai il sole risplendere potremmo andare a pesca” aveva detto al fratellino. Se lo meritava, e a lui mancava il mare. Desiderava vedere i piedi scomparire nella sabbia bagnata.

Quella mattina Amghar l’aveva svegliato saltando impazzito sul suo corpo ancora addormentato.

  • Svegliati Ammy svegliati! C’è il sole! Dobbiamo andare a pescare!

Era l’alba e per evitare che il fratello svegliasse l’intero rifugio Amanar si era convinto ad alzarsi. Con uno scatto aveva bloccato a terra braccia e gambe del piccoletto, gli aveva tappato la bocca con aria di rimprovero ma il bimbo aveva riso, insolente.

Hanno pescato davvero, con canne costruite utilizzando fili di lana e ramoscelli. Amanar non avrebbe mai pensato di catturare qualcosa ma a fine giornata una piccola trota aveva abboccato all’amo del fratello minore. Teneva fiero la trota dentro al suo cesto in legno. Si sentiva un uomo, un vero cacciatore.

Non era mai stato tanto felice.

Al tramonto aveva supplicato Amanar, voleva restare, voleva pescare un ultimo pesce.

Presto però la luce del sole sarebbe scomparsa e durante il tramonto c’è maggiore probabilità di incontrare creature djenoun. Il loro rifugio distava almeno un’ora di cammino.

Passarono quasi due ore ed Amanar dovette ammettere di aver perso il sentiero. Il freddo della notte pizzicava la loro pelle accaldata e la luce fioca della luna confondeva fra loro i sentieri del bosco. Amanar avrebbe giurato che non fossero più gli stessi.

Sembrava che la notte li avesse trasformati, forse anche lei è come un djinn e ha il potere di cambiare.

Amanar si era fermato di scatto, il fratello aveva protestato alle sue spalle ma la voce gli era morta in gola. Tre djenoun camminavano fra la boscaglia.

Trovarono riparo fra delle alte rocce ed osservarono il loro passaggio. Due uomini ed una donna, se così poteva definirli, vestiti di lunghe tuniche bianche.

I loro corpi, esili come giunchi lasciavano intravedere solo le braccia, pallide, quasi trasparenti. I lineamenti della donna erano aggraziati e femminili, sorrideva con dolcezza, ma gli occhi, quelli no. Vuoti, inespressivi.

Amanar ebbe un tremito, ma diede la colpa al freddo.

Una volta scomparsi dalla loro vista Amanar incitò il fratello a riprendere il cammino. Che esperienza straordinaria per il piccolo Amghar, era la prima volta che vedeva dei veri djenoun.

Ancora sconvolto il bambino aveva dimenticato accanto ai grossi massi il cesto, il suo piccolo bottino. Dopo pochi metri se ne ricordò e, lasciata la mano del fratello corse al nascondiglio. Chissà se l’avrebbe ritrovata.

  • Amghar! Fermo!

Il maggiore non voleva urlare, si era guardato attorno. Era certo che potessero ancora sentirli.

  • Amghar torna qui!

Il ragazzino era sparito dietro alle grosse rocce.

Un ingombrante silenzio appesantiva il bosco, Amanar aveva mosso pochi passi quando la testa del piccoletto spuntò vittoriosa dal nascondiglio.

  • Ammy l’ho travata! La mia bella trota!

Poi, tutto accadde in fretta.

I due fratelli correvano, veloci in direzione del rifugio. La trota a terra, ormai lontana.

Alle loro spalle lo djinn di un grosso lupo bianco li stava inseguendo. Amghar piangeva. Per un momento Amanar aveva pensato che fosse colpa della trota perduta, probabilmente per entrambe le ragioni.

Per Amanar invece non era la prima volta e ricordava che per seminare uno djinn la cosa più importante è cambiare spesso direzione. Non hanno una vista perfetta, sopratutto con il sole, ma ora era notte.

Amanar trascinava il fratello su e giù per le rocce, fra gli alberi e fra le grosse querce secolari. Il lupo dagli occhi di cristallo era lontano, annusava l’aria, un movimento di troppo sarebbe bastato a rivelare la loro posizione. Avevano entrambi il fiatone ed il viso coperto di sudore.

Amghar teneva fra le braccia il cesto ormai vuoto e grosse lacrime scivolavano dal mento bagnando il terreno.

Il maggiore si guardò attorno cercando un riparo sicuro, vide il tronco di una grossa betulla, completamente aperto da un lato. Lo spazio era stretto ma i due bambini abbastanza magri da potercisi infilare.

Amanar indicò l’apertura al fratello e questo annuì silenzioso. A pochi metri, il lupo annusava l’aria, muso rivolto verso il cielo.

A piccoli passi il maggiore cominciò a spingere la schiena del fratello facendolo avanzare verso l’apertura, il minore obbediva, riluttante. Amghar era entrato senza problemi ma i calcoli di Amanar non si rivelarono esatti ed il tronco forato apparve d’un tratto troppo stretto per entrambi.

La notte aveva forse trasformato anche il suo corpo?

Amanar si strinse al fratello ma il legno della betulla ormai morta non fu abbastanza forte e cedette sotto lo sforzo del ragazzo.

Il rumore improvviso catturò l’attenzione della creatura ed il cristallo dei suoi occhi divenne ghiaccio. Prese lo slancio e bastò un solo salto perchè i due ragazzini si trovassero faccia a faccia con il nemico.

Le urla di Amghar risuonarono nella notte e gli occhi di Amanar si chiusero in attesa della fine.

In questi casi solo il fato può intervenire.

Le urla del fratello si sovrapposero al guaito della creatura e il verso acuto di un terzo animale spinse il maggiore a guardare.

Amanar osservò affascinato la lotta fra djenoun ed anche il fratello minore a quella vista smise d’urlare. Uno splendido uccello dalle piume rosa li stava difendendo, questo era chiaro, ma entrambi non ne comprendevano il motivo.

Amanar pensò che di notte potevano accadere cose straordinarie.

L’uccello continuò a beccare il lupo in più parti del corpo senza che questo riuscisse a respingerlo. Il pelo bianco era sporco di sangue e il ringhio dell’animale divenne presto un guaito rassegnato. Dopo l’ennesimo colpo le orecchie si abbassarono e la lunga coda si infilò fra le gambe in segno di resa, l’uccello aveva vinto.

I due bambini osservarono l’enorme creatura cavalcare oltre i massi e scomparire fra gli alberi ma quando si voltarono anche l’uccello rosa era scomparso, al suo posto, una giovane ragazza dalla tunica rosata li osservava, una djenniya.

Amanar fece un salto all’indietro ed anche il piccolo Amghar ricominciò a piangere, quell’incubo avrà mai avuto fine?

Ma la giovane donna aveva qualcosa di diverso, fin dall’aspetto: i suoi cappelli erano lunghi e le cadevano in grossi boccoli fino alla vita, non erano bianchi come quelli di ogni creatura ma di una leggera tonalità rosata come le piume dell’uccello che avevano visto combattere. La pelle candida, delicata e priva di imperfezioni ma il suo colore era più simile a quello di un umano che non ad uno djinn. Chi era quella ragazza dai poteri straordinari? Amanar non ne aveva idea ma le doveva la vita.

La giovane donna si avvicinò con passo aggraziato.

  • Porgimi la mano..

La sua voce suonò all’orecchio di Amanar come il canto di una sirena e ipnotizzato dal suo sguardo obbedì al comando.

Gli porse la mano destra, era sporca, e tremava. La ragazza estrasse dalla tunica un piccolo cofanetto in legno di mogano e strinse la mano del giovane fra le sue. Amanar sentì un brivido propagarsi su tutto il corpo.

Quando la djenniya lasciò la presa il ragazzo si trovò sul palmo della mano una manciata di piccole perle rosse grandi quanto bacche.

Amanar aveva sentito parlare spesso gli adulti di quelle strane perle: “Arriveranno dal mare” dicevano, “e quando arriveranno per noi sarà tutto diverso”.

Avevano atteso a lungo ma quelle magiche perle rosse non erano mai arrivate.

Ora invece stavano lì, fra i palmi di Amanar, sporchi e coperti di fango. Gli adulti sbagliavano, non erano arrivate dal mare, ma dal cielo.

  • Forza ora! Andate, svelti!

La giovane djenniya aveva indicato ai due bambini un buco scavato nel terreno ai piedi un grosso pino ed Amanar riconobbe subito l’entrata del loro rifugio sotterraneo.

Ancora sconvolti i due faticarono a muoversi per qualche secondo fino a che non videro l’esile corpo della ragazza trasformarsi nuovamente nell’incredibile uccello. Gli occhi ambrati dell’animale si soffermarono per un secondo su quelli di Amanar ed infine spiccò il volo, in direzione delle stelle.

Il Fratello maggiore afferrò la mano del piccolo Amghar e prima che la notte confondesse ancora i sentieri del bosco trascinò il fratello all’interno della buca nascosta dagli aghi di pino.

Quella notte Amanar non riuscì a dormire pensando alla bella djenniya e al suo dono arrivato dal cielo. Da allora molte cose sarebbero cambiate e per Amanar la notte divenne magia.

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