Fare transmedia storytelling

Recentemente mi sono accorta che non solo la maggior parte della gente che mi circonda non ha idea di cosa voglia dire “fare transmedia storytelling”, ma non ne ha mai nemmeno sentito parlare..

Sbalordito?

A me sembra infatti che negli ultimi anni questi due termini vengano usati e riusati in tutte le salse e in riferimento a qualsiasi cosa viaggi nel web o su carta.

Che tu voglia o no se fai parte del pianeta terra sei una vittima quotidiana dello storytelling transmediale, tanto vale capire bene di che diavolo di malattia si tratta e perché è bene (in molti casi) assecondarla.

DIRETTAMENTE DAL WEB

Ecco alcune delle definizioni che ho raccimolato:

Max Giovagnoli: fare transmedia significa creare nuove geografie del racconto e universi immaginativi più complessi di quello originario, condividere e far interagire storie distribuite nei diversi mezzi di comunicazione.

Soryfactory: l’unico modo ragionevole di affrontare un universo irragionevolmente complesso.

Henry Jenkins: è un processo in cui tutti gli elementi integrali di una storia si diramano attraverso molteplici canali con l’obiettivo di creare un’esperienza di intrattenimento omogenea e coordinata.

“Creare universi narrativi per mezzo del transmedia è il modo con cui l’essere umano può sentirsi davvero Dio giocando al demiurgo”.

Max Giovagnoli

Ricapitolando: fare storytelling significa narrare storie utilizzando i diversi media per ampliare e differenziare le esperienze del pubblico rispetto a ognuna di esse.

Fin qui tutto chiaro?

UNIVERSI NARRATIVI E MARKETING

Credo che la vera confusione si crei nel momento in cui il termine viene utilizzato contemporaneamente all’interno di questi due universi, tanto simmetrici quanto opposti.

Che tu sia un produttore cinematografico, un freelance nel campo della coltivazione di patate, il direttore di un’azienda che produce tappi per le orecchie o un autore di romanzi post apocalittici, tutto ciò che DEVI IMPARARE a fare è lo storytelling.

Ma non abbiamo appena detto che si tratta di “raccontare storie” attraverso i media?

Che diavolo di storie potrà mai raccontare un coltivatore di patate? Ma soprattutto, perché mai dovrebbe farlo?

Perché oggi questo termine non viene accoppiato solo con il mondo della narrativa e del cinema ma anche e soprattutto con l’universo del marketing e del personal branding.

Ogni azienda, ogni prodotto deve essere raccontato e deve comunicare con il suo pubblico attraverso storie ridistribuite da media differenti.

Ecco perché un coltivatore di patate con:

– un blog personale in cui insegna i segreti della coltivazione,

– un marchio munito di app con la quale dare vita a una coltivazione virtuale in cui mettere a frutto i segreti del blog,

– video tutorial su you tube,

– un concorso a premi per chi invia la miglior selfie con una patata appositamente marchiata..

venderà di più rispetto a un semplice e comunissimo coltivatore munito solo di zappa.

(Di chi siano poi le patate migliori è un altro discorso).

È TUTTA QUESTIONE DI PUBBLICO

Quando si parla di transmedia storytelling si fa quindi riferimento a tanti universi vicini e distanti allo stesso tempo, sorretti dalle medesime leggi ma divergenti per forme e contenuti.

Di fatto, io propongo una divisione in due mondi contrapposti: quello relativo alla narrazione vera e propria di storie: e per storie intendo i classici intrecci divisi in tre atti con un eroe, un antagonista e tutto il resto..

e il mondo del marketing e del personal branding.

Fatto questo esiste una principale grande differenza fra questi mondi: il pubblico al quale si rivolgono.

Ecco quindi perché oggi è bene capire cosa sia lo storytelling e perché in molti casi anche tu potresti averne bisogno.

Qualsiasi sia il tuo posto nella società iniettati nelle vene un po’ di questo virus, nella peggiore delle ipotesi avrai almeno imparato a riconoscere la logica del mondo in cui vivi.

Qual è il tuo personale parere riguardo al transmedia storytelling? Credi anche tu che sia importante oggi saper raccontare storie?

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3 Comments

  1. Grazie del chiarimento, con tutta ignoranza non sapevo neanche che questi termini esistessero. Ora sono più illuminata, almeno penso, almeno per un secondo, spero che la mia memoria molto selezionatrice lo trattenga senza espellerlo naturalmente.

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